sabato 7 giugno 2014

Prostituzione, l'abolizione della vittima e la difesa postmoderna dello status quo.





Di  questo testo, una recensione particolarmente interessante e polemica del libro di  Kajsa Ekis Ekman:  Varat och varan, scritta da un giovane marxista scozzese, non condivido qualche parola. Ritengo inoltre che la pratica della riduzione del danno in materia di prostituzione sia utile,  benché insufficiente, in quanto  fondata su  un concetto di salute assai riduttivo, ben diverso dalla nozione globale di benessere psico-fisico. A rendere notevole e apprezzabile questa recensione è la difesa molto convincente del concetto di vittima e, soprattutto, la strepitosa distinzione proposta tra rivoluzionario/a e trasgressore delle norme. In contrasto con un topos molto diffuso,  inoltre, Kajsa Ekis Ekman dimostra nel suo libro come la legge svedese sulla prostituzione sia  il frutto dell'attento ascolto delle donne che la praticano.
 
 
Ho appena finito di leggere un libro della socialista svedese, anarchica e femminista Kajsa Ekis Ekman [n.d.t. Varat och varan, tradotto in inglese con il titolo di Being and being bought : prostitution, surrogacy and the split self e in francese con quello di L’être et la marchandise. Prostitution, Varat och varan maternité de substitution et dissociation de soi], essenzialmente dedicato alla confutazione degli argomenti utilizzati per giustificare la prostituzione e l'industria della maternità surrogata. Il suo libro è stato scritto in risposta alle rappresentazioni mediatiche menzognere della prostituzione come una sorta di carriera intelligente e glamour per le giovani donne e in risposta al numero crescente di docenti universitari post-moderni e di "teorici e teoriche queer" che hanno contestato la legislazione svedese sulla prostituzione, cercando, tra l'altro, in modo ridicolo, di presentare la prostituzione come una forma di "trasgressione", che "sfida le norme di genere".
 
L'abolizione della vittima
Ekis Ekman descrive ampiamente le tattiche che i sostenitori della prostituzione hanno adottato nel corso degli ultimi anni ed evidenzia quanto i loro argomenti siano realmente falsi, assurdi e dannosi. Penso che sia particolarmente interessante ciò che lei scrive a proposito dei tentativi di abolire il termine "vittima" dal dibattito sulla prostituzione. La condizione di vittima viene  considerata vergognosa e riconoscere a qualcuno lo status di vittima equivarrebbe a negargli la capacità di agire (agency). Ekman espone  i motivi dell'invenzione di questa menzogna e le più ampie conseguenze politiche che ne derivano. Questo punto è riassunto in una recensione del libro pubblicata da Dagens Nyheter [ n.d.t.quotidiano svedese]:
 
"Per poter difendere la vendita dei propri corpi da parte delle donne (e il loro acquisto da parte degli uomini), bisogna innanzitutto abolire il concetto di vittima e ridefinire la prostituta come una sex worker, una donna forte che sa quello che vuole, una donna d'affari. La sex worker diventa una sorta di nuova versione della "prostituta felice". Ekis Ekman mostra in modo convincente come ciò avvenga per mezzo di una retorica che rappresenta la posizione della vittima come un tratto di carattere, anziché utilizzare la definizione corretta del termine: quella di una persona che ha subito un danno. In tal modo viene nascosta la terribile realtà in cui si trovano le donne nella prostituzione. La paura della vittima nel dibattito sulla prostituzione è un sentimento che riflette l'odio generalizzato nei confronti delle vittime nella prospettiva neoliberista - dal momento che ogni riferimento alla persona vulnerabile rivela immediatamente l'esistenza di una società ingiusta. Facendo della vittima un tabu, si possono legittimare le disuguaglianze di classe e la discriminazione di genere, perché  senza vittima, non c'è colpevole".
 
Coloro che difendono la prostituzione, come sottolinea Ekis Ekman in un'intervista pubblicata dal giornale socialista Flamman, "provano disprezzo per la debolezza, hanno una visione fredda e cinica dell'umanità, che ha come conseguenza il fatto che ciascuno debba attribuire soltanto a se stesso la colpa della propria condizione".
Per averne la prova,  dobbiamo addentrarci nelle opere di docenti universitari come Laura Agustin, che è arrivata al punto di negare l'esistenza della tratta degli esseri umani. Le vittime degli sfruttatori della prostituzione e dei trafficanti di esseri umani sono da lei definite "sex workers migranti" che scelgono attivamente la propria condizione. Parlando di donne condotte nei Paesi occidentali da gang criminali, rinchiuse, senza possibilità di uscire,  in appartamenti e prostituite per mesi, Agustin scrive:
 
"Queste circostanze in cui le donne vivono in locali dove si pratica sesso ed escono raramente, prima di essere condotte altrove, senza che sia da loro richiesto, attirano l'attenzione dei media, e si dà per acquisito che ciò comporti una completa negazione della libertà. Ma in numerosi casi, le lavoratrici migranti preferiscono questa soluzione per diverse ragioni. Non lasciando il posto, non sperperano denaro e, se non hanno un permesso di soggiorno, si sentono più sicure in un ambiente controllato. Se qualcun altro individua i luoghi di incontro e prende gli appuntamenti in loro vece, ciò significa che non devono accollarsi questo compito. Se sono arrivate con un visto turistico di tre mesi, vogliono dedicare il maggior tempo possibile a guadagnar soldi".
 
Un altro esempio rivoltante citato nel libro di Ekman è il seguente: in Australia, un Paese dove da tempo è in vigore la legalizzazione della prostituzione, si è giunti a qualificare come " sex workers" bambini vittime di abusi sessuali. Un rapporto ufficiale parla di una bambina di 9 anni vittima di abusi come di una persona che si era vista offrire "un letto caldo e un buon pasto" dagli aggressori  e ritiene "fantastico" il fatto che gli uomini che l'hanno stuprata le abbiano dato 50 dollari. I dettagli del crimine  sono quasi totalmente assenti dal rapporto, fatta eccezione per la frase: "Ha avuto un rapporto sessuale".
Ciò che questi esempi hanno in comune è il fatto di distogliere l'attenzione dall'aggressore. Danno l'impressione che le persone aggredite, le prostitute, le bambine e i bambini, le vittime di abusi, della droga, della povertà e dello sfruttamento economico abbiano tutte scelto la condizione in cui si trovano. Modificando la definizione di vittima in modo da trasformarla in un tratto caratteriale, facendo della "vittima" il contrario del "soggetto", i post-moderni sopprimono qualsiasi analisi delle strutture più profonde e delle differenze di potere che condizionano la vita delle persone e ciò, naturalmente, è perfettamente consonante con gli interessi dei ricchi e dei potenti, poiché occulta la natura oppressiva e ingiusta della società nella quale viviamo.
 
Concezione delle diseguaglianze come forme di trasgressione, anziché lotta per la loro abolizione
In un'altra sezione del libro, l'autrice parla di quello che descrive come "il culto della puttana", nel quartiere di Raval a Barcellona, dove ci sono persone che indossano T-shirts con impresso lo slogan "Yo també soc puta" ("Anch'io sono una puttana"). L'ammirazione culturale della prostituta è, secondo Ekman, da un altro punto di vista, una forma di disprezzo. "Non è un riconoscimento dell'umanità delle donne, ma piuttosto un'infatuazione per tutto ciò che è sgradevole e sordido, che viene associato alla prostituta". Le persone che indossano questa T-shirt a Barcellona pensano di essere radicali e di trasgredire le regole. "Ma quello che non capiscono è che la puttana, non è una puttana, ma una persona". Come scrive Ekman:
 
"Dei "negri bianchi" assimilano i codici dell'hip-hop, i viaggiatori assorbono le culture del Terzo Mondo, i travestiti e le drag queens assimilano i caratteri della donna e la donna imita la prostituta. La "trasgressione" delle differenze implica il mantenimento delle differenze. Quando il bianco gioca a fare l'uomo di colore o quando docenti universitarie si proclamano puttane o tossicodipendenti, prendono in giro le persone di colore, le prostitute e i tossicodipendenti". 
 
Queste persone, sottolinea, agiscono [infatti]  a partire da una posizione di potere e non hanno la minima idea di quale sia la vita reale delle persone che imitano e ricoprono di falsa ammirazione. Non ci potrebbe essere differenza più netta tra, da un lato, la "trasgressione" delle norme e delle divisioni tra le persone da parte  di un pensatore e di una pensatrice post-moderna  e, dall'altro, il desiderio del rivoluzionario e della rivoluzionaria di abolirle. Ekman conclude:
 
"In senso proprio, non esistono puttane. Ci sono persone che stanno nella prostituzione per un periodo di tempo più o meno lungo. Non ci sono "tipi" di persone, né personalità specifiche. Ci sono persone intrappolate in una determinata condizione. La "trasgressione" feticizzata delle disuguaglianze è diversa dalla loro abolizione rivoluzionaria. L'abolizione delle divisioni nasce dal vedere l'essere umano, l'umanità di ciascuno, le uguali esigenze di tutti.....Si tratta di una solidarietà oggettiva basata su una comprensione soggettiva. Si tratta di mettersi al posto dell'altro, immaginandosi in situazioni differenti. E' guardare negli occhi dell'altro e vedervisi riflessi. E a questa intuizione si collega anche quella sulla crudeltà del sistema che ha fatto della prostituta uno "stereotipo".
 
I finti sindacati delle sex workers
Mi è piaciuta anche la sezione del libro  nella quale Ekis Ekman evidenzia il carattere fittizio dei cosiddetti sindacati delle sex workers. L' International Union of Sex Workers (IUSW), ad esempio, che è affiliato alla GMB (Britain's General Union) ed ha preso la parola al congresso del Partito Laburista e del Partito dei Verdi, è diretto da un uomo di nome Douglas Fox. Fox afferma di essere un sex worker e accusa le femministe radicali di volerlo censurare. Ma, all'analisi dei fatti, è chiaro che il signor Fox è un bugiardo. Non è un sex worker, ma un magnaccia che dirige una delle più grandi agenzie di escort del Regno Unito. Allo IUSW, come vedete, può appartenere chiunque:  magnaccia, clienti della prostituzione, docenti universitari simpatizzanti. Fra il numero molto ridotto dei suoi iscritti: 150 persone ( a fronte delle 100.000 donne e uomini che lavorano nell'industria inglese del sesso), solo un'infima minoranza è composta da prostitute. E' la stessa cosa in tutta Europa, dove esistono organizzazioni simili (come De Rode Draad nei Paesi Bassi) (n.d.t. Quest'ultima organizzazione è stata fondata  dallo Stato olandese ed è fallita alla fine del 2012. In Germania, invece, sono state le confederazioni sindacali ad aprire una sezione dedicata alle sex workers, che non ha riscosso però alcun successo. ) I loro affiliati sono pochi, in maggioranza non esercitano la prostituzione e non sono mai riusciti ad imporre rivendicazioni sindacali indipendenti. Ma i sostenitori della prostituzione non si preoccupano molto dei fatti. Vediamo questa idea dei "sindacati delle sex workers" agitata da sinistra come da destra, perché è conveniente e offre alla prostituzione una certa legittimità fittizia. La cosa non funziona e non funzionerà mai, ma riesce a stornare l'attenzione dalle questioni più profonde concernenti la prostituzione e dall'analisi dei motivi della sua esistenza nella nostra società.
Ciò è correlato alla crescita della lobby della cosiddetta "riduzione dei danni", che ha guadagnato influenza negli ultimi anni in seno a un certo numero di governi e di istituzioni internazionali. Ekman mostra come questa influenza sia particolarmente cresciuta nel periodo in cui è esplosa l'epidemia dell'AIDS, allorché questa lobby è stata invitata da un certo numero di organizzazioni a determinare la politica relativa alla prostituzione. L'Organizzazione Internazionale del Lavoro e l'Organizzazione Mondiale della Sanità, ad esempio, si sono entrambe pronunciate a favore della legalizzazione della prostituzione in quanto quest'ultima incrementerebbe le entrate degli Stati e faciliterebbe la lotta contro la diffusione dell'AIDS. Ekman scrive che queste due organizzazioni hanno iniziato ad usare frasi come "la prostituta non è una vittima, ma un soggetto" e hanno definito la prostituzione come "un lavoro femminile che dovrebbe essere riconosciuto".
L'effetto della crescita di questa lobby è stato quello di legittimare ancora di più la prostituzione, rendendo difficile combatterla. Quando Ekman ha visitato ad Amsterdam gli uffici dell'organizzazione TAMPEP, un gruppo sulla prevenzione dell'Hiv presso le "sex workers migranti", ed ha chiesto se l'organizzazione non poteva far nulla per aiutare le donne ad uscire dalla prostituzione, le è stato risposto: "Perché dovremmo farlo? Il nostro obiettivo è di insegnare alle donne ad essere prostitute migliori" (ad esempio usando i preservativi per proteggere dalle infezioni gli uomini che abusano di loro). Questo obiettivo (d'insegnare alle donne ad essere prostitute migliori) è sostenuto dalla Commissione europea con l'esborso ogni anno di milioni di euro. In modo simile, un opuscolo ufficiale realizzato con il sostegno del governo australiano consiglia alle donne prostituite di "dare costantemente l'impressione di godere nel rapporto sessuale con il cliente" e spiega alle donne come rifiutare le richieste di un uomo violento "senza fargli perdere il desiderio". Inoltre, il dépliant sottolinea che potrebbe essere una buona idea cercare di evitare le ecchimosi perché " queste potrebbero costringervi ad assentarvi dal lavoro e a perdere, di conseguenza, più soldi".
 
La realtà della prostituzione
Come spiega chiaramente Ekman, l'obiettivo centrale dell'approccio che si definisce di "riduzione del danno" è quello di proteggere e di sostenere il sistema della prostituzione. I suoi sostenitori evitano di porsi domande profonde sulla natura della prostituzione, sulle sue cause e sui suoi effetti. Sprecare milioni per "insegnare alle donne ad essere prostitute migliori" è uno scherzo crudele in un mondo in cui decine di milioni di donne e di ragazze sono ridotte in schiavitù e sistematicamente stuprate  per servire i desideri sessuali degli uomini.
Perché - si chiede Ekman - la prostituzione continua ad essere consentita in numerosi Paesi nonostante i suoi enormi danni?
Le statistiche sono più difficili da reperire e da interpretare sia nei Paesi dove la prostituzione è legale che in quelli dove è illegale:
·       il 71% delle donne che si prostituiscono ha subito violenze fisiche;
·       il 63% di esse è stata stuprata mentre si prostituiva;
·       l'89% vorrebbe abbandonare l'attività e lo farebbe se lo potesse;
·       il 68% di loro presenta sintomi della sindrome da stress post-traumatico.
·       Le donne che si prostituiscono hanno un tasso di mortalità 40 volte superiore alla media.
·       Le donne che si prostituiscono rischiano 16 volte di più delle altre di essere assassinate.
 
Uno dei fattori che, secondo Ekman, caratterizza fortemente la prostituzione è la scissione tra il corpo  e la mente. Si tratta spesso di una strategia di sopravvivenza per le persone coinvolte nel settore. Quasi tutti i racconti relativi alla prostituzione mostrano chiaramente l'esistenza di questa scissione: molte delle persone che si prostituiscono si creano due personalità completamente differenti; molte di loro perdono sensibilità in alcune parti del corpo; si dissociano dal proprio corpo.
I sostenitori della prostituzione vogliono farci credere che il corpo sia qualcosa di separato e che venderlo non abbia conseguenze profonde sulle persone coinvolte. Essi promuovono l'idea del corpo  come una proprietà sulla quale le persone esercitano un controllo razionale, come un prodotto da cui, con intelligenza, è possibile ricavare denaro. La capacità di desensibilizzare parti di sé, di scindere il corpo dalla mente e di mantenere le distanze da ciò che ci sta accadendo è stata celebrata dagli amici della prostituzione come una condizione ideale, come un segno di forza. La conseguenza è che le persone che non sono abbastanza forti, la maggioranza delle prostitute, ad esempio,  che è affetta dalla sindrome dello stress post-traumatico, riceve scarsa simpatia perché è ritenuta colpevole di essere debole e di aver scelto il lavoro sbagliato.
 
La difesa dello status-quo nell'era post-moderna
Particolarmente importante per la sinistra e per le persone che desiderano cambiare la società è probabilmente ciò che dice Ekman sul modo in cui il nostro linguaggio ci è stato rubato ed è stato usato in un modo da rafforzare lo status quo. Ekman scrive che dopo il 1968, i potenti hanno dovuto riformulare la propria identità e gli argomenti di cui si servono per giustificare la propria esistenza:
 
"Le istituzioni che detengono il potere - le istituzioni finanziarie, i media, il mondo accademico, le classi politiche, il potere sessuale degli uomini e i privilegi della classe dirigente - hanno dovuto riformulare la propria identità per giustificare la propria esistenza. Non possono più affermare di detenere il potere per diritto naturale; tutti i rapporti di potere devono ora trovare una giustificazione morale. Questo si fa occultandone l'esistenza....La nobiltà, le multinazionali, i media, gli intellettuali, tutti sostengono improvvisamente di essere trasgressivi, marginali o devianti.
La  figura della "sex worker" si inserisce in questa dinamica. Essa unisce un'antica pratica, che preserva il tradizionale ruolo di genere, a un nuovo linguaggio ribelle. Crea una simbiosi tra la destra neo-liberista e la sinistra post-moderna. La destra neo-liberista vi trova un discorso che dichiara la prostituzione una forma di libera impresa e si richiama alla libertà individuale. La sinistra post-moderna vi trova una scusa per non combattere la struttura  dominante del potere facendo appello alla voce dei marginali.
La sinistra post-moderna è, come scrive Terry Eagleton, una reazione all'egemonia neoliberista. Dopo il crollo del comunismo, i partiti della sinistra hanno reagito mascherando la propria sconfitta per presentarla come una vittoria [..] Invece di continuare a denunciare le ingiustizie, alcune componenti della sinistra hanno cambiato completamente idea, passando alla definizione dello status quo come sovversivo.
Quando si trova difficile rimettere in discussione le ingiustizie, si è tentati piuttosto di ridefinirle - se le guardiamo più da vicino, forse queste ingiustizie non sono tali, ma sono gesti di ribellione? Tutto ad un tratto la pornografia, la prostituzione, il velo, la colf, l'uso della droga cominciano ad essere interpretati come fenomeni marginali, come un diritto della donna o come una scelta individuale che ha un potenziale sovversivo".
 
Penso che Ekman abbia assolutamente ragione qui e che la peggior cosa che possa capitare alla sinistra sia di rinunciare al proprio desiderio di cambiare radicalmente la società, di analizzare e svelare le strutture e le norme attuali del potere e di lottare per la loro abolizione. Tutto attorno a noi possiamo vedere movimenti radicali abbandonare la lotta e cercare un compromesso con lo status quo. Il criterio della scelta personale promosso da certe femministe non è che un esempio di questa situazione.
 
Dibattito sulla prostituzione in Svezia
Infine, un altro elemento che ho trovato interessante in questo libro è stata l'analisi dell'evoluzione del dibattito sulla prostituzione in Svezia nel corso degli ultimi decenni. I suoi avversari, come Petra Östergren e Laura Agustin, hanno a lungo accusato la legislazione svedese contro l'acquisto di sesso di aver completamente ignorato le opinioni e gli interessi delle persone che praticano la prostituzione. Ekman mostra, al contrario, che la prostitutionsutredningen, l'indagine del governo sulla prostituzione effettuata nel 1977 che ha orientato il dibattito in Svezia nei decenni successivi, si è rivelata rivoluzionaria per l'accento posto sulle opinioni e sulle esperienze delle donne che si prostituivano e sulle questioni relative agli uomini che le usavano.
Il politico di centro-destra Inger Nilsson, incaricato di svolgere l'indagine, aveva inizialmente tentato di eliminare i racconti delle donne, dopo aver incontrato diversi proprietari dei club dove ci si prostituiva. Aveva scelto di pubblicare una versione ampiamente emendata del rapporto, escludendo tutte le testimonianze personali delle donne. La divulgazione di questo tentativo suscitò una tempesta di indignazione  fra le femministe e il governo fu costretto a diffondere il rapporto completo dell'indagine, pubblicato nella forma di un libro di 800 pagine. Per Ekman:
 
"Questo libro ebbe l'effetto di una bomba. Fu un punto di svolta che cambiò completamente il punto di vista della società sulla prostituzione. Modificò l'orientamento delle ricerche sulla prostituzione in tutta la Scandinavia. La prostituzione, come lo stupro, era diventata una questione politica. [..] Per la ricerca sulla prostituzione, significava ricominciare tutto da capo. E' stata così ripudiata buona parte delle ricerche effettuate nel diciannovesimo secolo, quando le cause della prostituzione venivano ricercate nella personalità della donna e nella malattia. Si sono cominciati a creare nuovi saperi, cercando le spiegazioni della prostituzione nelle relazioni tra i sessi e nella società. E la ricerca, dove andava a cercare le basi di queste nuove conoscenze? Nei racconti delle persone prostituite".
 
Conclusione
Anche se non posso evidentemente riassumere qui l'intero contenuto del libro di Ekman, ho trovato Varat och varan molto interessante e istruttivo e credo che fornisca strumenti molto utili per la lotta contro la svolta post-moderna, che sembra caratterizzare gran parte dell'università contemporanea, così come certi settori della sinistra. Rifiutiamo l'odio nei confronti delle vittime propria del pensiero postmoderno. Essere una vittima non è una vergogna o un insulto e tanto meno è un tratto della personalità. Perché in un mondo ingiusto, ci saranno sempre delle vittime, ci saranno sempre delle persone che hanno meno potere e ricchezza delle altre, che hanno minor controllo sulla propria vita. Trovarsi nella condizione di vittima non significa non  disporre mai dei mezzi per mitigare questa condizione; non significa non avere la capacità di pensare e di agire razionalmente. Significa invece che noi viviamo in un mondo che ha fortemente bisogno di essere cambiato. Abolendo la parola "vittima" e definendo il complesso delle nostre azioni come scelte individuali, i pensatori postmoderni non stanno  approntando altro che una difesa reazionaria dello status quo.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


 
 
 
 



venerdì 6 giugno 2014

Prostituzione = violenza





 
 
Si sente dire: "A loro piace! Guadagnano talmente tanti soldi!...D'altronde  le vedi sorridenti!..." Fare queste affermazioni, significa rifiutare deliberatamente di vedere la realtà. E' volersi attenere a quella mistificazione della realtà che è la prostituzione. "I clienti ci vogliono vedere con un abbigliamento sexy, ben truccate, gioviali, avvenenti, accoglienti, maliziose, intraprendenti...", testimonia una persona prostituita. Non si soffermano nemmeno un secondo a riflettere su ciò che viene dissimulato dietro a un sorriso o dietro al trucco. Cercano un'illusione e una fantasia..
Tuttavia "dietro quei visi ben truccati - dice la stessa persona prostituita - dietro quei corpi ben vestiti, dietro quei sorrisi carezzevoli e commerciali, quanta angoscia occultata, quante domande senza risposta, quanti dubbi, quali abissi, quanta paura del futuro, quanto terrore per la propria vita".  Quale realtà si nasconde dietro a un'immagine artificiosa?
 
La violenza della prostituzione
La prostituzione è un mondo violento, un mondo "nel quale bisogna stare continuamente in guardia, nel quale si impara a convivere con la paura, per cui la paura diventa un modo di vivere", dicono le persone prostituite. Il pericolo è costante. La violenza in tutte le forme, dall'insulto  alla più grave aggressione fisica, può manifestarsi in qualsiasi momento e  può essere esercitata da qualsiasi persona: un passante, un'altra prostituta, una banda di ragazzi, un cliente, il magnaccia....
Nel 2008, un Rapporto del Parlamento europeo sottolineava che "le prostitute sono molto più esposte alla violenza delle altre donne". Esse "corrono un rischio molto maggiore delle altre donne di essere assassinate; corrono un rischio molto maggiore di soffrire di ferite fisiche e psicologiche legate non a una violenza straordinaria, ma alla violenza quotidiana della prostituzione".
Le inchieste, anche se sono spesso condotte su campioni limitati, confermano queste asserzioni. Ricercatori canadesi hanno  dimostrato che le persone prostituite sono tra le 60 e le 120 volte più esposte degli altri al rischio di subire violenze fisiche o di essere assassinate e che hanno un tasso di mortalità 40 volte superiore alla media nazionale. Da una ricerca effettuata in Australia (dove l'esercizio della prostituzione è legalizzato), risulta che l'81% delle persone intervistate ha dichiarato di aver subito abusi sessuali durante l'esercizio dell'attività. A Glasgow, il 94% delle persone intervistate che si prostituiscono in strada ha subito un'aggressione sessuale, il 75% è stata stuprata da un cliente.
Secondo un altro studio [n.d.t quello di Melissa Farley] condotto in 9 Paesi (Germania, Colombia, Turchia, ecc...) il 71% delle persone prostituite ha subito un'aggressione fisica, il 64% è stata minacciata con un'arma e il 57% ha subito uno stupro.
Molteplici, le violenze sono esercitate prima di tutto dal magnaccia o dal trafficante. Alcuni gruppi criminali, come quelli albanesi, devono la loro notorietà alla loro estrema violenza nei confronti delle vittime: addestramento tramite  stupri e violenze fisiche per portare la vittima alla totale sottomissione, pressione psicologica, minacce ai familiari della vittima... Le violenze provengono anche dal cliente, per il quale la persona prostituita è il ricettacolo di pulsioni e fantasie che egli vuole realizzare: "A volte ti insultano e a volte ti picchiano" sintetizza una ex prostituta canadese.
 
Violenza psicologica e stigmatizzazione sociale
La dimensione fisica della violenza subita nella prostituzione non dovrebbe però occultare altre forme di violenza più diffuse. Le persone prostituite sono sottoposte a diverse forme di costrizione.
La paura delle rappresaglie, le minacce di far del male ai famigliari, il peso del rimborso del debito, la sorveglianza e il controllo permanente sono tutti elementi di pressione a disposizione dei trafficanti e dei papponi. Per quanto riguarda il cliente, le pressioni o gli stratagemmi inventati per ottenere un rapporto non protetto o per non pagare (o per pagare una somma inferiore a quella pattuita) sono tutte aggressioni commesse contro la persona prostituita.
A questi maltrattamenti, torture e violenze psicologiche esercitate dai  papponi o dai clienti, si aggiunge un'altra violenza, di carattere più simbolico: la stigmatizzazione e il disprezzo sociale.
La società proclama la necessità della prostituzione, ma la emargina e la disprezza. Confinate nei quartieri o nelle strade, le persone prostituite subiscono contemporaneamente le aggressioni verbali, a volte fisiche, degli abitanti esasperati e le politiche di esclusione dei poteri pubblici.
Ci sono passanti che lanciano  insulti o, come ha riferito la stampa, il negoziante esasperato che ha preso a picconate la sua vetrina per impedire alle persone prostituite di sostare nei pressi. Ci sono i Comuni che emanano ordinanze anti-prostituzione e respingono le persone prostituite lontano dalle città senza tuttavia affrontare globalmente il problema posto dalla prostituzione. C'è la polizia (in particolare in Francia dopo la promulgazione della legge sulla sicurezza interna del 2003, che ha reintrodotto il reato di adescamento passivo) (n.d.t.  questo reato è stato abrogato dall'Assemblea Nazionale il 14 dicembre 2013) che moltiplica i verbali e le vessazioni delle giovani donne.
Alcuni affermeranno che questi pericoli sono legati alla prostituzione in strada e che l'apertura delle case chiuse così come la legalizzazione della prostituzione aiuterebbero a tutelare le persone prostituite. A costoro rispondiamo che la violenza è la stessa in qualsiasi situazione.
Le escorts girls di lusso, così come le persone prostituite nelle case chiuse, non sono al riparo dalla violenza. Il sociologo Richard Poulin  ha mostrato che delle 29 donne prostituite assassinate nel Québec dopo il 1989, i due terzi non esercitavano in strada e diverse fra loro erano al servizio di agenzie di escort o esercitavano nei loro appartamenti.
 
La prostituzione è violenza
Di fatto, la violenza della prostituzione non risiede soltanto nelle condizioni di esercizio, ma è connessa allo stesso atto prostituzionale. La prostituzione è la ripetizione di atti sessuali non desiderati. Ora, come spiega la dottoressa Judith Trinquart, "dover subire un atto sessuale non desiderato in cambio di denaro, ha a che fare con ciò che, in termini medici, chiamiamo "effrazione corporea a carattere sessuale" che, nei fatti, è l'equivalente di uno stupro e ha le medesime conseguenze, che si attui sui bambini, sugli adolescenti o sugli adulti".
"Un uomo paga per penetrarti e, dopo di lui, un altro e un altro ancora. Tu ti senti ridotta ai tuoi orifizi", testimonia un'ex prostituta. "Non è divertente farsi penetrare da tanti uomini nella vagina, in bocca, nell'ano. E' schifoso. Il suo sperma che cola ai lati della bocca e che ti fa venir voglia di vomitare. Senza alcun riguardo per te, loro ti penetrano con le mani, con gli oggetti, con il pene".
E per alcune, sotto il controllo dei papponi, i rapporti sessuali si succedono gli uni agli altri, alla ricerca del massimo profitto. "Tu eri preoccupato soltanto di incassare il denaro", scrive Ulla, l'emblematica protagonista della rivolta [delle prostitute] di Lione del 1975. "Tu hai soltanto calcolato il guadagno netto delle mie giornate di lavoro, senza cercare di sapere ciò che rappresentavano in termini di corpi. Nei momenti migliori, erano 40-50 corpi".
Tutte le donne, uscite dalla prostituzione o ancora in attività, usano le stesse parole, cariche di violenza, per evocare l'atto prostitutivo. Tutte parlano anche del disgusto provato, un disgusto che va al di là della nausea legata al contatto fisico con il cliente.
"In modo inconscio, nel mio intimo, - spiega una persona prostituita in attività -  detesto sistematicamente il cliente, perché con lui sono obbligata a comportarmi come la  cagna più meschina, come un vile zerbino. Detesto anche il cliente, perché costui, grazie al denaro, è in un certo senso il testimone  della mia degradazione".
Per superare questo sentimento, per ritrovare l'integrità, tutte evocano indispensabili e interminabili docce: "Per tentare di far passare il disgusto, dice Yolanda, ex prostituta - facevo delle docce che duravano ore. Le faccio ancora oggi, benché abbia cessato l'attività nel 1987. E' diventata un'abitudine per potermi dire: Sono io, sono pulita!".
 
Dominazione e disumanizzazione
Per dire fino a che punto la prostituzione disumanizza la persona prostituita. Per il cliente, come per il pappone, costei non è che un oggetto: "Ti trattano male, come se fossi una merda, come se non fossi una persona come le altre, ma proprio una cosa". Una cosa sulla quale il pappone, ma anche il cliente ha tutti i diritti. Perché, pagando, il cliente prende possesso del corpo della persona prostituita e la sottomette. La persona prostituita è completamente ridotta ad essere uno strumento: il cliente prende fisicamente possesso del suo corpo e di tutta la sua persona. Questa riduzione a strumento fa di lei un oggetto al servizio di un estraneo.
Il fenomeno è così frequente che le stesse persone prostituite, per proteggersi, banalizzano e accettano ciò che subiscono: "Mi comporto come se non sentissi gli insulti", dice una di loro.
"Quando il cliente dice per umiliarmi "Sporca puttana", io gli chiedo: "Stava dicendo qualcosa"?" spiega un'altra. "Non voglio stare al suo gioco. Non dico niente". Loro stesse partecipano a questo fenomeno di disumanizzazione instaurando una separazione tra la prostituzione e la vita privata e sociale: dissimulata dietro ad uno pseudonimo, al trucco, a determinati comportamenti, la persona prostituita diventa un'altra, si sdoppia.
 
 
 

 
 

giovedì 5 giugno 2014

Minorenni vittime di sfruttamento sessuale


 
[Estratto da, Fondation Scelles, L'exploitation de la prostitution: un fléau mondial, giugno 2012, pp.8-10]

 

Il 48% delle vittime della tratta a scopo di prostituzione è costituito da bambine e ragazzine (di età inferiore ai 18 anni). E' questa una delle caratteristiche odierne della prostituzione: sono sfruttate sessualmente un numero crescente di bambine e ragazzine. Secondo l'Unicef, sarebbero 2 milioni, ragazze e ragazzi, le vittime di sfruttamento e di abusi sessuali, tra le quali ci sarebbero ogni anno nel mondo 1.200.000 vittime di tratta.  Le stime di altre associazioni sono superiori: ci sarebbero da due a tre milioni di bambini e bambine e di ragazzine prostituite nel mondo.
Questa evoluzione è favorita da un contesto di estrema povertà e dalla domanda di giovani da parte dei clienti. In Thailandia, almeno un terzo dei due milioni di persone prostituite è costituito da minorenni, soprattutto ragazzine. Nell'Asia del Sud-Est, tra il 30 e il 35% delle persone prostituite ha tra i 12 e i 17 anni. In India, ci sarebbero 270.000 bambine prostituite. In America Latina, il 65% dei bambini e delle bambine di strada (il cui numero è stimato pari a 40 milioni) si prostituirebbero regolarmente od occasionalmente.
Questi bambini e bambine sono venduti dai genitori, spesso convinti di garantire loro la fortuna di un impiego e di una vita migliore in un Paese straniero, sono allevati da magnaccia, reclutati da procacciatori di clienti che profittano della loro vulnerabilità, perché sono bambini e bambine di strada, in condizioni di disgregazione della famiglia o orfani. Le bambine vengono prostituite in strada, nei bordelli, nelle vetrine, nei locali di strip-tease o usate per le produzioni pornografiche.
Tuttavia, non si deve credere che ciò capiti solo agli "altri".
Secondo il Consiglio d'Europa (2005), il 50% delle vittime della tratta nei paesi dell'Europa dell'Est è costituito da minorenni. Rapporti recenti hanno anche dimostrato che l'Austria sarebbe oggi la prima destinazione prescelta per lo sfruttamento delle minorenni provenienti soprattutto dall'Europa dell'Est e dall'Europa Centrale, mentre la Grecia sarebbe la prima destinazione delle bambine e delle ragazzine vittime della tratta provenienti dall'Albania. E da un po', anche se le autorità pubbliche si rifiutano ancora di ammetterlo, a Parigi constatiamo la presenza di reti di adolescenti romene in balia della prostituzione che viene esercitata sotto i nostri occhi e nella nostra indifferenza.
E' sbagliato immaginare che il fenomeno riguardi soltanto le bambine e le ragazzine dei Paesi più poveri. Nei Paesi occidentali, esso riguarda anche minorenni, talvolta provenienti dalle classi medie. Vivono  condizioni di vulnerabilità: allontanamento da casa, disgregazione della famiglia, abusi...e cadono accidentalmente nelle mani di reti di prosseneti. La cronaca riporta, a intervalli regolari, casi di giovani fuggite da casa e scovate da magnaccia che, approfittando della loro vulnerabilità, le sequestrano e le costringono a prostituirsi.
Altre ragazzine entrano a far parte di gang di strada, una forma di criminalità ben nota in Canada, che conquista progressivamente i Paesi europei. Le ragazzine vittime di queste gang hanno spesso un'età compresa fra i 13 e i 16 anni e provengono da tutte le classi sociali. Sono vulnerabili, sognano amore e denaro, si lasciano sedurre dalle chiacchiere di giovani che faranno di loro delle schiave sessuali truffate e senza soldi. Nella rete di prostituzione della gang di Wolfpack, smantellata dalla polizia del Québec nel 2003, una trentina di ragazzine aveva meno di 14 anni.
E' difficile valutare l'ampiezza di questa prostituzione minorile, illegale e clandestina. Stando a quel che dice un assistente sociale canadese, il fenomeno è allarmante: "Le giovani vengono spesso contattate dai magnaccia la prima volta a 8-9 anni". Ma la cosa più grave è forse questa: se esiste un "mercato" di bambine e ragazzine prostitute è perché c'è una domanda in tal senso.
Secondo un Rapporto del 2006, in Francia si prostituirebbero tra le 3000 e le 8000 minorenni.

mercoledì 4 giugno 2014

Le donne indigene contro l'industria del sesso





 


Le donne indigene contro l'industria del sesso (Indigenous Women Against the Sex Industry) sono un gruppo informale di femministe radicali appartenenti a molte nazioni impegnate a porre fine al patriarcato, al colonialismo, al razzismo e al capitalismo.
Le donne indigene contro l'industria del sesso considerano la prostituzione e la pornografia come forme di violenza maschile contro le donne. La misoginia insita in questi sistemi di oppressione delle donne è aggravata dal colonialismo e dal razzismo e danneggia in proporzioni smisurate le donne  e le  ragazze indigene e le nostre sorelle di colore.
Noi siamo impegnate ad abolire la prostituzione e la pornografia per mezzo della diffusione dell'istruzione pubblica e del sostegno alla depenalizzazione delle donne e delle ragazze che si prostituiscono e alla criminalizzazione dei clienti, dei papponi e degli imprenditori del sesso. Siamo impegnate a promuovere non solo un cambiamento legislativo, ma anche un vero cambiamento sociale che migliori le condizioni di vita di tutte le donne e di tutte le ragazze e che riconosca i nostri diritti alla sicurezza, alla protezione e alla libertà.
Le donne indigene contro l'industria del sesso sono un gruppo di femministe indigene che sostiene le donne e le ragazze vittime della prostituzione e della pornografia. Noi ci opponiamo fermamente all'industria del sesso: ai clienti, ai papponi, agli imprenditori del sesso. Le donne indigene contro l'industria del sesso  lavorano per la libertà e per l'uguaglianza di tutte le donne e di tutte le ragazze.
 
Le donne indigene contro l'industria del sesso riconoscono:
 
·   Il sistema della prostituzione come una costante risorsa del colonialismo che ha gravi, se non letali, conseguenze sulle donne e sulle ragazze indigene di tutto il mondo. L'istituzione della prostituzione è fondamentalmente contraria  al nostro tradizionale modo di vita che prevede che le donne e le ragazze siano stimate, amate e trattate con il rispetto che meritano.
·   La prostituzione come un sistema coloniale, un'estensione del sistema delle riserve, del sistema scolastico differenziato e delle altre istituzioni coloniali destinate alle donne e alle ragazze indigene.
·   Il sistema della prostituzione come un sistema intrinsecamente patriarcale che fa parte di un continuum di violenza maschile che include lo stupro, l'incesto, le percosse alle mogli, le aggressioni psicologiche, sessuali e fisiche. Il sistema della prostituzione richiede, per esistere, la sussistenza della disuguaglianza tra uomini e donne. Esso si fonda e prospera sull' incontrastata domanda maschile  di accesso sessuale ai corpi delle donne e delle ragazze.
·   L'industria del sesso si fonda sul capitalismo e sull'avidità per giustificare la propria esistenza. Abbiamo visto e continuiamo a vedere le nostre terre rubate, comprate e vendute al miglior offerente come se fossero merci. Abbiamo visto e continuiamo a vedere questo processo coloniale applicato non soltanto alle nostre preziose terre, ma anche ai corpi delle nostre sorelle e delle nostre sorelline.
·  L'industria del sesso tratta tutte le donne e tutte le ragazze come oggetti d'odio e questo odio è amplificato dal razzismo. Il razzismo manifesto non è soltanto considerato accettabile, ma è approvato e incoraggiato dall'industria del sesso. Questa industria, costituzionalmente gerarchica, colloca le donne e le ragazze indigene e le nostre sorelle di colore sul gradino più basso, dove sono sottoposte alle forme peggiori e più degradanti della violenza maschile.
 
Le donne indigene contro l'industria del sesso  si oppongono:
 
·   alla totale depenalizzazione, legalizzazione o normalizzazione della prostituzione;
·  alla falsa idea che la prostituzione sia sempre esistita ed esisterà sempre.  Abbiamo appreso dai nostri Anziani e dai nostri Antenati che ci sono stati, fra i popoli indigeni, tempi e luoghi caratterizzati dall'inesistenza dello sfruttamento sessuale delle donne e delle ragazze;
·  alla retorica ingannevole della riduzione del danno. Rivendichiamo il nostro diritto di essere al sicuro, non un po' più protette. Rivendichiamo il nostro diritto di vivere una vita piena e significativa e respingiamo i limiti che ci impone l'industria della riduzione del danno.
·  Ci opponiamo alle divisioni create fra le donne dal patriarcato nel tentativo di sconfiggere il movimento mondiale di liberazione delle donne.
·  Ci opponiamo all'istituzione coloniale, patriarcale, capitalista e razzista della prostituzione in tutte le sue forme e ci impegniamo a lottare contro questo sistema a vantaggio delle donne e delle ragazze di tutto il mondo e delle generazioni future.
 
Le donne indigene contro l'industria del sesso si battono per:
 
·  La fine immediata della domanda maschile di accesso sessuale a pagamento ai corpi delle donne e delle ragazze di tutto il mondo.
·   Una sorellanza globale che riconosca l'autorità, il sapere e la saggezza delle donne e delle ragazze indigene nella lotta per la salvaguardia della vita, della terra e delle tradizioni e nella difesa del diritto a vivere libere dalla violenza maschile.
·   Il riconoscimento della prostituzione come forma di violenza maschile contro le donne e l'implementazione del modello nordico come un mezzo per promuoverne l'uguaglianza, soprattutto a vantaggio delle donne e delle ragazze indigene.
·  L'abolizione della prostituzione e il riconoscimento del diritto delle donne e delle ragazze indigene al cibo, a un alloggio sicuro, alla terra, alle tradizioni, alla cultura, alla propria lingua, alla salute, alla spiritualità, all'istruzione e alla sicurezza.
·   Un mutamento della sessualità maschile basato sul riconoscimento dei diritti umani delle donne, con riferimento soprattutto alla loro autodeterminazione sessuale.
 
 
 
 
 
 

venerdì 30 maggio 2014

L'esperimento fallito della legalizzazione







 I maldestri tentativi di ridurre lo stigma attraverso la legalizzazione fanno sì che i governi avvantaggino finanziariamente la tratta a scapito delle persone che si prostituiscono.
 
La mia amica Rachel Moran descrive nel suo libro, Paid For, come sia stata affidata alla custodia dello Stato all'età di 14 anni e come, nel giro di un anno, si sia trovata senza casa, affamata e vulnerabile. La mancanza di scelte l'ha spinta in braccio alla prostituzione. Nei sette successivi anni, è stata stuprata più volte dai clienti e ha subito una terribile violenza.
Per Rachel e per innumerevoli sopravvissute di tutto il mondo, lo stigma sociale è un problema che hanno affrontato fin troppo spesso. Esso deriva dal fatto che la società disumanizza le persone nella prostituzione, trattandole, quando va bene, come cittadine di serie B. Lo stigma impedisce alle persone prostituite di accedere ad un'adeguata assistenza sanitaria e le espone ad un maggiore rischio di violenza da parte di aggressori che spesso rimangono impuniti.
Per alcuni, la soluzione è semplice: legalizza l'industria del sesso e lo stigma sparirà. Ma sta aumentando il numero di esperti, di rapporti governativi e di pubblicazioni accademiche che confermano ciò che le sopravvissute dicono da tempo: la legalizzazione o la depenalizzazione dell'industria del sesso non riduce lo stigma, non elimina la violenza e non riesce ad aumentare la sicurezza delle persone nella prostituzione.
Nel tentativo di "porre fine allo sfruttamento delle persone a fini di prostituzione, cioè alla tratta", i Paesi Bassi hanno introdotto nel 2000 una normativa che ha legalizzato la prostituzione. Per 13 anni, tutti hanno osservato questo importante esperimento volto a ridurre lo stigma e la violenza.
I Paesi Bassi sono una nota meta del turismo sessuale e continuano a conoscere lo sfruttamento sessuale dei bambini e la tratta degli esseri umani sia nel settore legale che in quello illegale.
Nel tentativo di normalizzare la prostituzione e di "portarla allo scoperto", le donne sono invitate a registrarsi per pagare le tasse. Eppure, solo un esiguo numero di donne si è effettivamente registrato.
Rachel Moran ne indica le ragioni nel suo libro Paid For:
 
"Capisco perfettamente perché molte rifiutino di registrarsi e lavorino illegalmente pur di evitarlo, perché se fossi stata costretta a scegliere se lavorare   clandestinamente o essere ufficialmente etichettata come prostituta, avrei fatto esattamente la stessa cosa. La lobby pro-prostituzione avrebbe detto che soffrivo degli effetti negativi dello stigma che circonda le puttane. No. Gli unici effetti negativi di cui soffrivo erano quelli della prostituzione".
 
Ma i Paesi Bassi non sono gli unici a riconoscere le enormi lacune di una legislazione che era destinata a eliminare lo stigma connesso alla prostituzione, per "portarla allo scoperto" e ridurre lo sfruttamento. In Nuova Zelanda, dove la prostituzione e le attività ad essa connesse sono state depenalizzate nel 2003, il Primo Ministro John Key ha detto che ciò non ha comportato una significativa riduzione della prostituzione di strada e di quella minorile.
 
 

In un rapporto del governo, le donne che si prostituiscono sostengono che la legalizzazione della prostituzione non ha ridotto la violenza nell'industria del sesso e che " sono comuni abusi e molestie commesse da ubriachi nei confronti delle sex workers che esercitano in strada  ". Nel frattempo, un fornitore di servizi a Victoria, in Australia, dove la prostituzione è stata legalizzata nel 1980, dice: " Le donne ci dicono continuamente che lo status di prostitute viene usato contro di loro". La Germania è l'ultimo Paese che nei media nazionali discute apertamente del fallimento della legalizzazione.
Né la legalizzazione né la depenalizzazione pongono rimedio alla diseguaglianza di genere che si verifica quando un cliente acquista il corpo di una donna o di una ragazza. Stella Marr, una sopravvissuta della prostituzione e fondatrice della Sex Trafficking Survivors United, sottolinea come lo stigma nasca dalla domanda "da parte dei clienti di usare il loro potere politico e finanziario per comprare le [donne] più giovani, più povere, più svantaggiate e vulnerabili. Il segreto richiesto da questi compratori per occultare il danno che causano crea una forma particolarmente devastante di stigma: un soffocante silenzio imposto dalla paura e dalla vergogna".
Quando i governi non riescono ad affrontare la questione della domanda  nel mercato del sesso, non solo non riescono a tutelare le persone che si prostituiscono, ma traggono anche profitto  dalla prostituzione attraverso la crescita del gettito fiscale generata dallo sfruttamento.
Ma essi non sono i soli a beneficiarne.  Legalizzando il mercato del sesso, trafficanti, papponi, proprietari di bordelli e acquirenti di sesso beneficiano di questo miliardario business.
Nel tentativo di dare priorità ai diritti umani e alla sicurezza delle persone  che si prostituiscono, Svezia, Norvegia e Islanda hanno adottato il modello nordico, che criminalizza l'acquisto di sesso,  ne depenalizza la vendita e offre strategie di uscita alle persone che vengono acquistate.
In occasione del lancio della Piattaforma della Società Civile dell'UE contro la tratta di esseri umani a Bruxelles nel mese di maggio del 2013, la coordinatrice anti-tratta dell'UE, Marya Vassiladou, ha sottolineato che "gli Stati membri della UE sono legalmente obbligati ad adottare misure che affrontino la domanda che alimenta la tratta".
Dopo essere coraggiosamente uscita dal mercato del sesso, Rachel Moran spiega che cosa vi sia di radicalmente sbagliato nei tentativi dei governi di legalizzare la prostituzione anziché concentrarsi sulla domanda: "Essere prostituita è piuttosto umiliante; legalizzare la prostituzione significa perdonare questa umiliazione e assolvere chi la infligge. E' un angoscioso insulto".